• Dante Gabriele Rossetti, jane Burden, Pia dei Tolomei.
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    Il canto V del Purgatorio: la storia di Pia dei Tolomei

    Il canto V del Purgatorio: luce e dolcezza

    Il canto V del Purgatorio dantesco è un teatro di emozioni e un perfetto e sintetico esempio del travagliato cammino che porta le anime in questo regno e, attraverso di esso, al Paradiso.

    «Io era già da quell’ombre partito,

    e seguitava l’orme del mio duca,

    quando di retro a me, drizzando ’l dito,

    una gridò: “Ve’ che non par che luca

    lo raggio da sinistra a quel di sotto,

    e come vivo par che si conduca!“.

    Li occhi rivolsi al suon di questo motto,

    e vidile guardar per maraviglia

    pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.»

    Ecco un dato essenziale di questo nuovo regno: la luce.

    Una luce atmosferica, protagonista di albe e tramonti.

    Una luce che ricorda a Dante e a molte delle anime cosa significhi vivere sulla terra. Quale importanza abbia avere un corpo, ed esserci qui ed ora, artefici e liberi nel presente (vedremo questo che senso avrà). Le anime del purgatorio si trovano a vivere quasi una seconda vita terrestre, perchè temporanea, e questo gli è permesso perchè in vita loro hanno scelto, fatto, creduto.

    Una luce che, meravigliosamente, dopo l’oscurità infernale, torna ad esistere e a dar vita alla bellezza e all’arte. Dante in questo passo della commedia dipinge, e se ne accorsero fino dall’antichità. 

    In questa miniatura vediamo il corpo del poeta fare da schermo alla luce solare. l’ombra e quindi il corpo è segno distintivo dell’uomo pellegrino, dell’uomo che sale, non già dannato, non ancora beato. La luce è qui per Dante il medium per dipingere coi versi quest’immagine nella mente del lettore.

    E’ costante dell’intero purgatorio questa ombra di Dante, come costante è l’appellarsi delle anime a lui.

    Una luce infine che è simbolo di salvazione, un riflesso di rugiada della beatitudine del paradiso, un antipasto della, prima o poi, ventura dolcezza

    Sarà quest’ultima a caratterizzare molte delle figure umane del purgatorio e a costituire forse la tematica più affascinante di questo V canto del purgatorio. 

    Il canto V del Purgatorio: i morti per forza

    Semplicemente le ultime tre terzine di questo V canto del Purgatorio, sarebbero sufficienti per fare esperienza di dolcezza. Possiamo permetterci però un cammino più simile a quello dantesco e il canto quindi lo attraverseremo tutto, seppure celermente, per meglio assaporarne il finale. 

    Ci troveremo ad attraversare folle di anime, con Virgilio che spinge Dante a non fermarsi e a colloquiare e camminare insieme. Dante sembra trovarsi in difficoltà, ma prosegue nel cammino.

    Canto V purgatorio
    Gustave Dorè, Canto V del Purgatorio

    Ora immaginate di essere in un museo. La prima cosa che Dante ci consegna di questo canto è una visione generale:

    «O anima che vai per esser lieta 

    […]

    deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?

    Noi fummo tutti già per forza morti, 

    e peccatori infino a l’ultima ora

    quivi lume del ciel ne fece accorti,

    sì che, pentendo e perdonando, fora 

    di vita uscimmo a Dio pacificati

    che del disio di sé veder n’accora».

    Pentendo, perdonando, pacificati: tre termini che riassumono il senso della vita di coloro che sono morti per morte violenta e, in generale, delle anime del Purgatorio. Tre termini con i quali raccontano brachilogicamente la loro intera vita, la loro morte e e la loro condizione presente.

    La morte di Jacopo del Cassero: lo strazio

    Dopo aver descritto la condizione condivisa di questa folla, un personaggio prende la parola e narra la sua storia: Jacopo del Cassero. Prega Dante di ricordarlo nella sua Fano, affinchè i suoi cari possano, pregando, permettergli l’espiazione dei peccati «purgar le gravi offese». Fu ucciso costui da sicari inviati dal tiranno d’Este nei pressi di Padova, questa la narrazione:

    Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, 

    quando fu’ sovragiunto ad Oriaco, 

    ancor sarei di là dove si spira.

    Corsi al palude, e le cannucce e ‘l braco 

    m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io 

    de le mie vene farsi in terra laco». 

    Che quadro che ci regala Dante, il ritratto d’un uomo còlto nella prigionia del corpo, avviluppato nel momento della morte, costretto al termine della sua vita dalla volontà altrui.


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    La storia di Bonconte: il pentimento

    GUstave Dorè, La morte di Buonconte, canto V del Purgatorio

    A questa storia, quasi stessimo osservando un dittico, Dante collega la seconda:

    Poi disse un altro: «Deh, se quel disio 

    si compia che ti tragge a l’alto monte, 

    con buona pietate aiuta il mio!

    Anche questo secondo personaggio ancor prima di presentarsi chiede a Dante preghiere. La stessa richiesta sarà nella bocca del terzo personaggio.

    Il futuro (la preoccupazione per la preghiera) e il passato (la narrazione della loro uccisione) sono ricordo e speranza e sono il fil rouge che unisce le tre storie.

    Ma Dante è narratore e pittore arguto. Non ripete mai se stesso. E in ciascuno di questi quadri noi leggiamo tre diversi momenti della stessa morte.

    Con Jacopo del Cassero abbiamo percepito lo strazio. Con Bonconte comprendiamo il perchè queste anime sono al purgatorio nonostante i loro peccati: il pentimento.

    Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; 

    […]

    Quivi perdei la vista e la parola;

    nel nome di Maria fini’, e quivi 

    caddi, e rimase la mia carne sola.

    Io dirò vero e tu ‘l ridì tra’ vivi: 

    l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno 

    gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?

    Tu te ne porti di costui l’etterno 

    per una lagrimetta che ‘l mi toglie; 

    ma io farò de l’altro altro governo!”.

    Eccola, eccola la ragione vera, il secondo momento: il pentimento. La lagrimetta è il vero centro morale e fantastico del canto. Una lagrimetta che per il paradosso dell’amore cristiano vale la salvezza eterna. 

    L'immagine di Pia dei Tolomei: la dolcezza

    Dante Gabriele Rossetti, jane Burden, Pia dei Tolomei.
    Dante Gabriele Rossetti, jane Burden, Pia dei Tolomei.

    Ma siamo alla fine, Al terzo e ultimo quadro che compone questo trittico. Siamo ad una delle più celebri ed enigmatiche figure di donna su cui la critica combatte e s’arrovella.

    «Deh, quando tu sarai tornato al mondo, 

    e riposato de la lunga via», 

    seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

    «ricorditi di me, che son la Pia: 

    Siena mi fé, disfecemi Maremma: 

    salsi colui che ‘nnanellata pria 

    disposando m’avea con la sua gemma». 

    «Deh, quando tu sarai tornato al mondo, e riposato de la lunga via»: E’ una delle entrate più incantevoli di tutta la letteratura. Con quale delicatezza e attenzione entra nella vicenda dantesca questo personaggio. Certo richiede quanto altri prima di lei avevano richiesto, ma lo fa mostrando premura per la stanchezza del pellegrino Dante.

    Questa donna passata alla storia come Pia de’ Tolomei è ad oggi ancora un mistero. Ciò che rimane di questa storia è la violenza che subì da parte del marito, il quale sospettando un tradimento l’avrebbe uccisa. 

    Quante Pia de’ Tolomei potremmo narrare oggi. 

    Rimane poi, al fondo di questa narrazione, la meraviglia di una vita splendidamente racchiusa in un verso: «Siena mi fé disfecemi Maremma» al cui centro permane il continuo fare e disfare proprio della vita terrena.

    Siamo dunque giunti al terzo momento di coloro che abbiamo fin qui definito morti per forza: la dolcezza.

    Dolcezza di donna che ha premura nei confronti di Dante. Dolcezza nel porgersi e nel chiedere il ricordo, con gentilezza. Dolcezza che è anticamera di pacebeatitudine.

    Pia dei Tolomei
    Pio Fedi, Pia dei Tolomei e Nello della PIetra

    Ancora Dante...

    Il canto XIII dell'Inferno: la vicenda di Pier delle Vigne

    Il canto XI del Paradiso: Francesco e madonna Povertà

  • arte,  arte contemporanea,  Dante,  medioevo

    Il canto XI del Paradiso: Francesco e madonna Povertà

    Il pellegrino Dante nei suoi canti lascia messaggi, denunce, storie, consigli. Anche in questo XI canto del Paradiso lo fa. Lo fa perchè questo suo viaggio, questi versi, gli hanno cambiato la vita. Perchè Dante scrive? 

    Nel primo canto della Divina Commedia il sommo poeta ci anticipa in realtà il motivo ultimo per il quale egli compì questo viaggio in versi:

    «ma per trattar del ben ch’io vi trovai

    dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte»

    Il ben: l’oggetto della narrazione, il desiderio ultimo del cammino.

    L'incipit dell'XI canto del Paradiso

    Ma veniamo al nostro XI canto del Paradiso al quale Dante dà avvio con queste parole:

    O insensata cura de’ mortali, 

    quanto son difettivi silogismi 

    quei che ti fanno in basso batter l’ali! 

    Chi dietro a iura, e chi ad amforismi 

    sen giva, e chi seguendo sacerdozio, 

    e chi regnar per forza o per sofismi,

    e chi rubare, e chi civil negozio, 

    chi nel diletto de la carne involto 

    s’affaticava e chi si dava a l’ozio,

    quando, da tutte queste cose sciolto, 

    con Beatrice m’era suso in cielo 

    cotanto gloriosamente accolto.

    (XI canto del Paradiso, vv. 1-12)

    Cosa cercano i mortali? Cosa cerchiamo noi qui su questa terra? per cosa battono le nostre ali? a cosa punta il nostro volo di così alto?

    Ora, San Tommaso d’Aquino, che sarà il personaggio narrante di questo canto, ci introdurrà in realtà al vero protagonista. Certo è che, con questo incipit, Dante dovrà proporci una via e presentarci un qualcuno che di volo e di vere ali si intenda. Ma chi è costui? Chi sarà questo maestro del volo?

    I due principi a guida della Chiesa

    La provedenza, che governa il mondo 

    […]

    due principi ordinò in suo favore, 

    che quinci e quindi le fosser per guida.

    L’un fu tutto serafico in ardore

    l’altro per sapienza in terra fue 

    di cherubica luce uno splendore.      

    Due principi dunque, la divina Provvidenza avrebbe inviato nel mondo a guida della Chiesa: Francesco «serafico in ardore» e Domenico che «per sapienza in terra fue». La figura del santo di Assisi verrà ampiamente illustrata in questo canto XI del Paradiso, mentre quella di San Domenico lo sarà nel canto successivo. Questa composizione, da Dante attentamente studiata, ha spinto la critica dantesca a parlare di ‘dittico’: due uomini e due santi posti l’uno di fronte all’altro in una continuità inestricabile, poichè centrale fu il ruolo che ebbero nel rinnovamento della Chiesa. Qui, tratteremo unicamente della prima tavola di questo aureo dittico. 


    Assisi come Oriente

    Dante non ha ancora svelato il nome di questo principe e prima di dare forma al personaggio sceglie di dipingere il paesaggio della tavola:

    Intra Tupino e l’acqua che discende 

    del colle eletto dal beato Ubaldo, 

    fertile costa d’alto monte pende, 

    onde Perugia sente freddo e caldo 

    da Porta Sole; e di rietro le piange 

    per grave giogo Nocera con Gualdo.

    Di questa costa, là dov’ella frange 

    più sua rattezza, nacque al mondo un sole, 

    come fa questo tal volta di Gange.

    Però chi d’esso loco fa parole, 

    non dica Ascesi, ché direbbe corto, 

    ma Oriente, se proprio dir vuole.  

    (Canto XI del Paradiso, vv. 43-54)

    Un personaggio d’Assisi. Anzi, un personaggio da Oriente, poichè da questa cittadina umbra sorse un sole. Si noti qui l’accostamento meraviglioso in termini lessicali tra Ascesi e Oriente: un qualcosa che sale, che tende continuamente e instancabilmente all’alto. Una tendenza che ricalca il desiderio dantesco in questo viaggio ultraterreno, è l’itinerario che porta alla beatitudine, è il cammino che il poeta ci propone.

    La donna amata che pianse «con Cristo in su la croce».

    Di seguito, il sommo poeta che non ha ancora chiamato per nome questo sole, inizia la narrazione di una love story millenaria. Dante comprende che è l’amore ad illuminare le storie degli uomini e sceglie di narrarci la storia di questo principe, di questo sole assisano, attraverso l’amore.

    ché per tal donna, giovinetto, in guerra 

    del padre corse, a cui, come a la morte, 

    la porta del piacer nessun diserra;

    […]

    poscia di dì in dì l’amò più forte.

    Questa, privata del primo marito, 

    millecent’anni e più dispetta e scura 

    fino a costui si stette sanza invito;

    né valse esser costante né feroce, 

    sì che, dove Maria rimase giuso,

    ella con Cristo pianse in su la croce. 

    (Canto XI del Paradiso, vv. 58 sgg.)

    Una love story che trova la sua vocazione ultima in uno sposalizio e come in tutti i matrimoni il focus visivo è la sposa. Chi è questa sposa? Chi questa donna che quando Maria rimase giù, a guardare e piangere il figlio crocifisso, ella con Cristo pianse in sulla croce. Dov’è questa donna? Chi mai l’ha vista questa femmina al fianco di Cristo? Vedete quale genio è Dante a farci credere che tutte le crocifissioni fino ad allora dipinte potessero nascondere in realtà una donna. Chi mai ha visto una crocifissione con una sposa sulla croce insieme a Cristo?

    Cimabue, Crocifissione del transetto sinistro della Basilica di San Francesco
    Giotto, Crocifissione

    Francesco e madonna Povertà

    Dante sta parlando in modo misterioso, questa narrazione è volutamente poco chiara, nebulosa. 

    Ma perch’io non proceda troppo chiuso, 

    Francesco e Povertà per questi amanti 

    prendi oramai nel mio parlar diffuso.      

    Allora Dante ci illumina, facendoci tornare indietro a ciò che finora ha detto. Ora? la vedete la sposa in quelle crofissioni? 

    Essa, Povertà è l’anello di congiunzione. Lui, giovinetto innamorato e finalmente chiamato per nome è Francesco

    Questo sposalizio tra Francesco e madonna Povertà è fecondo, questo amore è ricco:

    tanto che ‘l venerabile Bernardo 

    si scalzò prima, e dietro a tanta pace 

    corse e, correndo, li parve esser tardo. 

    Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! 

    Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro 

    dietro a lo sposo, sì la sposa piace. 


    Attraverso la figura di Francesco Povertà diviene ricchezza, ben ferace, desiderio di sequela. In un turbinio di versi incalzanti i primi seguaci entrano nella vita del santo compiendo una precisa scelta di vita: ‘scalzarsi’.  

    E tornano allora in mente le domande di inizio canto: dietro a cosa andiamo noi? Per cosa battiamo le nostre ali quaggiù?


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    Le immagini di Francesco da Subiaco a Giotto

    Affresco con Francesco d'Assisi presso il Sacro Speco di Subiaco.

    Conosciamo molte immagini di Francesco. Probabilmente l’affresco conservato nell’Eremo di San Benedetto presso Subiaco è il più antico ritratto che ci restituisce una sua immagine verosimile. In questo ritratto Francesco  non è ancora santo, non è ancora stimmatizzato. Questi due elementi iconografici permettono di ipotizzare una datazione anteriore al 1226.

    Più celebre è l’immagine che Cimabue ci lasciò di Francesco nella Chiesa inferiore di San Francesco in Assisi. In questo volto, in questa figura esile sembra trasparire la descrizione che Tommaso da Celano riporta nelle sue biografie: 

    «Servus Dei Franciscus, persona modicus, mente humilis, professione minor»

    Sarà poi Giotto, nel ciclo delle storie di San Francesco nella Basilica omonima ad Assisi, a incorniciare l’immagine del Francesco santo colui che, secondo a Cristo (alter Christus), è vocato al rinnovamento e alla riedificazione della Chiesa con lo sguardo volto all’insù. 

    Cimabue, San Francesco d'Assisi, chiesa inferiore di San Francesco d'Assisi
    Giotto, spoliazione di San Francesco, Basilica di San Francesco in Assisi

    Dalla spoliazione alle ali di Francesco

    Dante in questa biografia che è l’XI canto del Paradiso cela messaggi. Sceglie l’immagine di Francesco che ritiene essenziale, che reputa probabilmente più viva e vera per l’esperienza cristiana propria a lui e agli uomini del Trecento. L’immagine fondante di tutti gli altri ‘Francesco’ rappresentati: la Povertà.

    Camminando per la navata della chiesa inferiore di Assisi, si è attorniati da due storie che corrono parallele: quella di Cristo sulla destra e quella di Francesco sulla sinistra. Due storie di spoliazione, due storie di nudità. Francesco che si spoglia delle vesti, Cristo che viene spogliato, Francesco che riceve le stimmate e la sua morte, Cristo crocefisso e morto.

    Francesco è alter Cristus, e lo è in questo canto e in questa navata poiché sposo di madonna Povertà fino alla sua morte terrena:

    «a’ frati suoi, sì com’a giuste rede, 

    raccomandò la donna sua più cara, 

    e comandò che l’amassero a fede;

    e del suo grembo l’anima preclara 

    mover si volle, tornando al suo regno, 

    e al suo corpo non volle altra bara». 

    (Canto XI del Paradiso, vv. 106-117)

    Nudo sulla paglia Cristo nascente, nudo sulla piazza Francesco che sceglie di seguire il Padre suo che è nei cieli nascendo a vita nuova, nudo sulla croce Cristo, nudo sulla terra nuda Francesco stimmatizzato.

     

    Franz von Bayros, illustrazione del Canto XI del paradiso, Vienna 1921.

    Ecco in quest’ultima parola ciò che trasforma la povertà in ricchezza, ecco il ben che Dante trova in questo canto: le stimmate.  Le stimmate, agiscono e vivono sulla carne viva, sulla nudità. Sono il simbolo e il sigillo dell’aderenza a Cristo. Sono, in questo meraviglioso particolare dell’opera di Franz von Bayros le ali di Francesco. Ali serafiche, ali che non si sciolgono, ali che vivono a contatto con quel sole, ali che salgono come Francesco, come Dante, come tutti noi destinati alla pace e alla beatitudine.

    Non è caso che al fondo della navata di spoliazione prima citata si arrivi all’altare, proprio sopra la tomba del Francesco terreno e sotto quattro magnifiche vele. Alzando gli occhi tra la luce dell’oro appare lo sposalizio di Francesco con madonna Povertà che, insieme alle due virtù castità e obbedienza, apre alla raffigurazione della gloria di Francesco, splendente e luminoso nel suo essere creatura di Dio.

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    Il Canto XIII dell’Inferno: Pier delle Vigne e i suicidi

    Attraverso questo canto XIII dell’Inferno della Divina Commedia, il poeta Dante ci conduce alla scoperta delle profondità umane. Un canto che, tra pietà, commozione e rispetto, affronta uno gli argomenti più dibattuti in seno alla Chiesa di allora e di oggi e al tempo stesso più personali e dolorosi: il suicidio. I suicidi saranno dunque i personaggi che incontreremo e, tra loro, conosceremo la tragedia di Pier delle Vigne.

    L'inizio del canto XIII dell'Inferno: il bosco

    «Non era ancor di là Nesso arrivato,

    quando noi ci mettemmo per un bosco

    che da neun sentiero era segnato.»

    (Inferno, Canto XIII, vv. 1-3)

    Immaginiamoci in compagnia di Dante il quale, terzina dopo terzina e canto dopo canto, continua nella discesa agli inferi. Giunti nel secondo girone del settimo cerchio ci ritroviamo al dentro di un bosco senza alcun sentiero tracciato. In una sola terzina il poeta detta linee e colori di quanto si presenta alla sua visione:  

    Non fronda verde, ma di color fosco;

    non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;

    non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

    (Canto XIII dell’Inferno, vv. 4-6)

    Colori scuri e tetri, linee curve e spezzate. Il bosco, l’unico dell’inferno, costituisce il paesaggio di questo canto.

    Dunque, quella che ci viene descritta è una selva verosimile che al poeta ricorda, anche se più fitta e impenetrabile, quelle della Maremma. Eppure è una selva a modo suo disumana, priva dei tratti di bellezza e fascinazione che caratterizzano i boschi terreni.

    Gustave Doré, canto XIII i suicidi e le arpie

    La pena dei suicidi: alberi in preda alle arpie

    Tuttavia il bosco non è solo ambientazione e paesaggio di questo canto XIII dell’Inferno. Gli alberi che lo compongono celano in realtà un’invenzione quasi cinematografica.

    «Io sentia d’ogne parte trarre guai

    e non vedea persona che ’l facesse;

    per ch’io tutto smarrito m’arrestai.

    Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse

    che tante voci uscisser, tra quei bronchi,

    da gente che per noi si nascondesse».

    (Canto XIII dell’Inferno, vv. 22-27)

    Qui Dante ode delle voci e in queste terzine parla e ragiona da uomo: chiunque infatti, al sentire in un bosco delle urla, crederebbe qualcuno nascosto dietro agli alberi. Sono invece le anime dannate dei suicidi racchiuse nei tronchi. 

    Ecco allora che il bosco è sì il paesaggio di questi cerchio, ma ne è anche il personaggio, gli abitanti.

    «Però disse ’l maestro: “Se tu tronchi

    qualche fraschetta d’una d’este piante,

    li pensier c’ hai si faran tutti monchi”.

    Allor porsi la mano un poco avante

    e colsi un ramicel da un gran pruno;

    e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?. […]

    Uomini fummo, e or siam fatti sterpi”.»

    (Canto XIII dell’Inferno, vv. 28-33)

    Dante e Pier delle Vigne canto XIII Inferno

    Ebbene questo è il momento in cui si oltrepassa il confine del reale e le parole iniziano a descrivere facendosi immagine. 

    Siamo nel secondo girone del settimo cerchio, ove sono puniti coloro che hanno usato violenza contro se stessi: i suicidi e gli scialacquatori.

    Dannati e pena rientrano allora, alla luce di quanto detto, nel mondo regolatore del contrappasso: coloro che hanno rinnegato e rifiutato il loro corpo, sono costretti nell’inferno sotto le sembianze di sterpi continuamente spogliati e rotti dalle arpie.

    Quindi, Dante riprende l’invenzione della pianta che prende la parola dal libro III dell’Eneide, poema scritto dal Virgilio da lui scelto come guida. Eppure l’essenza di questi rovi e di questi arbusti e alberi umanizzati è caricata da Dante di un significato nuovo, pregno della morale cristiana.

    La storia di Pier delle Vigne: il canto XIII della Divina Commedia

    «Come d’un stizzo verde ch’arso sia

    da l’un de’ capi, che da l’altro geme

    e cigola per vento che va via,

    sì de la scheggia rotta usciva insieme

    parole e sangue; ond’io lasciai la cima

    cadere, e stetti come l’uom che teme.»

    (Canto XIII dell’Inferno, vv. 40-45)

     

    La narrazione che riguarda la vicenda di Pier delle Vigne è una delle più figurative e concrete di tutta la Divina Commedia. In questi versi Dante restituisce un’immagine precisa e quanto mai surreale della sua visione: un ramo spezzato dal quale escono insieme sangue e parole con la stessa leggerezza con la quale esce il fumo da una estremità d’un tronco ardente.

    Ma chi è allora il tronco al quale Dante si è apprestato e al quale ha staccato un ramo? 

     

    «Io son colui che tenni ambo le chiavi

    del cor di Federigo, e che le volsi,

    serrando e diserrando, sì soavi,

    che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;

    fede portai al glorioso offizio, 

    tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e’ polsi.»

    (Canto XIII dell’Inferno, vv. 58-63)

     

    Pier delle Vigne fu personaggio chiave del regno di Federico II. Nato a Capua, studiò a Bologna e fu accolto intorno al 1220 alla corte dell’imperatore come notaio della cancelleria imperiale. Per più di venti anni svolse numerose cariche di prestigio presso la corte, amministrative e diplomatiche fino a divenire primo segretario e portavoce di Federico II.

    L'ingiustizia «ingiusto fece me contra me giusto»

    Nel 1249 fu però privato di ogni carica, arrestato e incarcerato. Fu accecato con un ferro rovente e in questa condizione di prigionia decise di darsi la morte

    La meretrice, l’invidia, che è morte comune e vizio diffuso nelle corti 

    «infiammò contra me li animi tutti;

    e li ‘nfiammati infiammar sì Augusto,

    che lieti onor tornaro in tristi lutti.

    L’animo mio, per disdegnoso gusto, 

    credendo col morir fuggir disdegno,

    ingiusto fece me contra me giusto»

    (Canto XIII dell’Inferno, vv. 67-72)

    Quest’ultimo verso rivela la prospettiva di colui che compie l’atto e tutto ruota attorno alla giustizia e alla dimensione di solitudine amplificata dalla ripetizione del «me». Solitudine, isolamento che si fanno carne nell’opera realizzata da Valentina Vannicola per questo canto XIII.

    E se qualcuno di voi due tornerà nel mondo – continua il personaggio – «conforti la memoria mia». La mente del dannato è concentrata sulla dimensione terrestre, sulla memoria del suo nome.

    Valentina Vannicola, I suicidi

    Il suicidio secondo Dante

    Il suicida, in Dante e in questo canto XIII dell’Inferno, perde l’occasione di un riscatto, lascia da parte una realtà che si trova poi a rimpiangere, non solo e non tanto per la condizione infernale che si troverà a vivere, quanto per non aver possibilità di riscattare le motivazioni per le quali ha compiuto quell’atto di superbia

    Un supremo atto di ingiuria verso se stesso e verso il supremo amore divino.  

    Infine, la critica ritiene questo uno dei canti perfetti della Commedia. Dietro questa perfezione non possiamo che ravvisare un sentimento profondamente umano che Dante, pellegrino e scrivente, prova nei confronti di questi dannati: «tanta pietà m’accora»

    Ciò che fu Federico II per Pier delle Vigne, fu Firenze per Dante.

    In questo canto traspare una riflessione acuta e accurata dell’uomo Dante sul suicidio e sulle ragioni, una riflessione anche autobiografica.

    Ma veniamo a noi. Le due illustrazioni che hanno accompagnato questo percorso sono incisioni di Gustave Dorè, nelle quali sembra emergere una corrispondenza tra i tracciati delle linee e il lessico usato da Dante nello svolgersi di questa vicenda. Un lessico e una sintassi cupi, duri, distorti, spezzati, rotti

    Aggettivi che potremmo traslare alla realtà dei suicidi e dei violenti contro se stessi. Non solo a quelli immaginati e descritti da Dante, bensì a quelli dei nostri giorni. Non solo dopo morti, come in queste emerge in queste due tele di Manet e Frida Kahlo, ma spezzati da vivi.

    Manet, Il suicida
    Frida Kahlo, Il suicidio di Dorothy Hale

    Spezzati da vivi

    Dunque spezzati da vivi. Come se nel suicidio ci fosse la volontà di uniformare il corpo all’animo già spezzato in vita. 

    Violenza che si fa contro se stessi è spesso violenza già subita da altri. Al centro del canto Dante pone questa frattura tra uomo e uomo, tra uomo e comunità, questa solitudine che è spesso la causa dello spezzarsi di «quella resistenza interna dell’animo umano che non riconosce altra misura fuori di se stesso». 

    Con profondità il Sommo poeta consegna alla storia le anime dei suicidi, lasciando trasparire quella pietà che sarà poi da Fabrizio De andré trasformata in un inno, in una Preghiera in Gennaio.

    «Lascia che sia fiorito
    Signore, il suo sentiero
    Quando a te la sua anima
    E al mondo la sua pelle
    Dovrà riconsegnare
    Quando verrà al tuo cielo
    Là dove in pieno giorno
    Risplendono le stelle

    Quando attraverserà
    L’ultimo vecchio ponte
    Ai suicidi dirà
    Baciandoli alla fronte
    Venite in Paradiso
    Là dove vado anch’io
    Perché non c’è l’inferno
    Nel mondo del buon Dio»

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    Dante d’arte: Inferni, Purgatori e Paradisi in scena alla Proloco di Petrignano

    Domenica 29 agosto presso il parco della Proloco di Petrignano d’Assisi è iniziato il cammino Dante d’arte che condurrà alla scoperta delle tre Cantiche dantesche. Nelle tre serate, a cura del team di esperti d’arte di Parte tutto da qui e promosse dalla Proloco, saranno raccontati alcuni personaggi, paesaggi, terzine dantesche attraverso gli occhi degli artisti, che a Dante e alla sua Commedia si ispirarono.

    Dante con i suoi versi sarà il Virgilio, la guida di questi incontri:

    «Or va, ch’un sol volere è d’ambedue: tu duca, tu segnore e tu maestro»

    Non unica guida, poichè ci si addentrerà nella Commedia attraverso le immagini. Opere, miniature, storie che dal Trecento in poi hanno incrociato, tentato di spiegare, approfondito, i versi delle tre Cantiche.

    Poesia e Arte saranno le scarpe che verranno calzate per compiere alcuni passi nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso danteschi e in concerto nei più diversi inferni, purgatori e paradisi umani. 

    Dante d'arte

    Gli Inferni di Dante, siamo giunti a ‘riveder le stelle’!

    Gli Inferni di Paolo e Francesca, di Farinata degli Uberti e di Pier delle Vigne hanno guidato il percorso attraverso gli inferi, accompagnati dalle illustrazioni senza tempo di Gustave Dorè, dalla plasticità della scultura di Rodin, dalle opere di Gaetano Previati e molti altri. Un cammino ascoso che grazie alla grande partecipazione di pubblico e alle guide Giulia Bertuccioli, Valentina Fabbri, Nicolò Cerasa, Michelangelo Matilli e Nadia Cesaretti ha condotto i presenti ‘a riveder le stelle’.

    Domenica 5 settembre la prossima tappa: i Purgatori

    Domenica 5 settembre ulteriori passi saranno compiuti. Stesso luogo ma diversa ambientazione: il Purgatorio dantesco. Nuovi personaggi, nuove immagini, colori finalmente e armonie differenti caratterizzeranno questa seconda parte del viaggio.

    Due nuove voci, infine, si aggiungeranno al team: la professoressa Beatrice Biancardi e il professor Loris Nobetti.

    L’incontro inizierà alle ore 21:00 e si terrà all’aperto (tempo permettendo).

    Dante d'arte

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